La produzione tastieristica di Alessandro Scarlatti (1660-1725) è stata offuscata e dalla immensa e meritata fama dello stesso come compositore per il teatro in musica e dalla notorietà del figlio Domenico, uno dei maggiori clavicembalisti del suo secolo e profondo innovatore della tecnica di quello strumento. L'opera per organo e cembalo di Alessandro appartiene quasi tutta all'ultima sua fase produttiva e funge assai bene come raccordo fra le modalità barocche tipiche del secolo decimosettimo e il nuovo gusto, moderno, settecentesco, in Italia rivolto sopratutto da un alleggierimento delle funzioni contrappuntistiche, e alla ricerca di nuovi percorsi armonici, che non di rado sfiorano lo sperimentalismo, se non la stravaganza. Andrea Marcon, trevigiano, lo avevo già ascoltato in brani tratti dal repertorio cinquecentesco (Merulo ed altri)), e da queste registrazioni (del 1991, rimasterizzate nel 1994) traggo un giudizio analogo: si tratta di un organista solido e sicuro del fatto suo. Ben proporzionato nella resa volumetrica delle opere che esegue, Marcon mi pare incline su questo strumento più all'ordine che alla bizzarria: è così che il suo Scarlatti parla un linguaggio chiaro, originato da una logica interna. L'estrosa Toccata in do per organo affianca momenti liberamente inventivi a passi caratterizzati da un maggiore rigore ritmico, il tutto proposto con evidente perizia strumentale; alla sobrietà grave delle due fughe (I e III tono) fa da contraltare la leggerezza delle Partite obbligate al basso (l'organo è di Pescetti, 1732-1733, situato presso San Giacinto di Polcenigo, Pordenone). Al cembalo Marcon acquista un maggiore dinamismo; e proprio al cembalo è dedicato il bran di maggior interesse del disco: la Toccata d'ottava stesa, che dall'alto dei suoi venticinque minuti di durata (una enormità per l'epoca)) si afferma come uno degli esiti più grandiosi della musica per tastiera composta in questo periodo. Qui Marcon valorizza le sue capacità dialettiche e retoriche, ad esempio nelle ampie sezioni recitative, eloquenti e dramatiche in virtù di un tocco vario ed appropriato; a queste si alternano pagine folgoranti dettate invece dalla virtuosità digitale più esteriore, dove le caratteristiche dello stile improvvisativo risaltano senza alcun sofisticato e frustrante autocontrollo.