Quello di Louise Farrenc è un nome che i musicisti francesi dovrebbero ben conoscere: insieme a suo marito, fu lei a pubblicare quella celebre raccolta che porta il titolo Trésor des pianistes. Insegnava pianoforte ai Conservatoire di Parigi: più di trent'anni a partire dal 1842, unica donna, e pagata duedento franchi meno dei suoi colleghi. Definita «severa e fredda» nel celebre libro li Marmontei, era tiera avversaria di ogni rubato e di ogni esteriore virtuosismo. Un'antiromantica. Componeva: o meglio, aveva composto fino al 1859, quando la suo sola figlia, Victorine - pianista assai dotata - era morta di tuberculosi, dopo dodici anni di malattia. Ma cosa e come componeva? Di lei si sapeva quel che scrisse Schumann, recensendo delle giovanili variazioni: cose leggere e ben scritte, probabilmente alla moda. Ma la Farrenc era allieva di Reicha: e prima ancora di Moscheles: e ancora avanti, di Hummel. Non era una pianista da salotto. E allora, a pertire dal 1840, si dedico soprattutto alla musica da camera: caso quasi unico nel panorama musicale francese; aiutata in questo dall'incoraggiamento del marito. Due quintetti con pianoforte, due trii, un sestetto con pianoforte, un trio con flauto. E poi: le due composizioni presenti in questo magnifico compact. Al primo ascolto, già si resta stupiti.Tanti sono i compositori che hanno struttato un linguaggio coerentemente classico, sacrificandolo y un'ispirazione necessariamente romantica: ma l'equilibrio raggiunto dalla Farrenc è unico e sincero: come avrebbe detto Dukas «è classico perché il pensiero che sta alla sua base è classico». Un crescendo emozionante di idee ci investe: meravigliosa la struttura mozartiana dei primo movimento dei Nonetto scritto nel 1850, e il morbido incatenarsi delle Variazioni dell'Andante. Incantevole lo scherzo, geniale e potente il finale. Mi par di sognare: e costei sarebbe una apprezzabilie sconosciuta? D'accotdo: sembra dei tutto ignorare cinquant'anni di musica romantica: ma il suo è un arto di fed, affermato senza rigidità, senza fanatismo; piuttosto con passione, buon gusto, divertimento. In fondo, l'Europa non era solo Schumann, o Liszt, o Berlioz. Era la reazione classicistica di Lipsia, era il silenzio di Rossini. E ci voleva ancora qualche tempo perché gli opposti si incontrassero nel molteplice universo di Brahms. A quest'ultimo vola la fantasia ascoltando il Trio della Farrenc, quanto diverso eppure quanto vicino alla nobile suggestione del più tardo melancolico capolavoro. L'interpretazione è simplecemente stupenda: di rado ha ascoltato una simile profusione di intelligenza. Non saprei se il merito vada ascritto alla classe, alla professionalità di tutti gli interpreti, o più ancora al pensiero conduttore di Klöcker, il fondatore del Consortium. E mia abitudine scendere nei dettagli: mai come questa volta si rivelerebbe vano e immodesto. Un disco prezioso.