5/1992

Piano Time

Personlità di notevole rilievo nella vita musicale ottocentesca, contemporaneo di Beethoven, Antonin Reicha, uno dei principali esponenti di quel movimento riformatore che investi a pieno il pensiero musicale tedesco a cavallo tra i due secoli, acquisì particolari meriti nel campo della didattica non meno che in quello della musica strumentale. Se all'attività, indefessa, di insegnante unì la vocazione alla riflessione teorica, non trascurò alcuna forma strumentale divenendo atrefice di quell'equilibrio tra Classicismo e Romantiscismo manifesto in gran parte dei musicisti viennesi attivi a cavallo tra i due secoli. Nato a Praga nel 1770, egli opera in pieno crepuscolo di quella generazione di compositori d'origine boema che, grazie ad una consolidata e felicissima tradizione nella composizione e nell'esecuzione di musiche con strumenti a fiato, aveva in qualque modo dato una forte impronta alla musica mitteleuropea. Conosciuto sopratutto per il suo Traité de Haute Composition Musicale pubblicato a Parigi nel 1824, Reicha fu compositore prolifico di opere, cantante, ma sopratutto di musica da camera con strumenti a fiato per la quale fu apprezzato da Beethoven, al quale fu legato da una salda amicizia datata ai tempi del comune apprendistato con Neefe, e da Haydn al quale didicò le sue 36 Fugues pour le Piano d'après un Nouveau Système. Il Quintetto con clarinetto , del quale la Divox, ci fornisce una prima incisione assoluta, fu pubblicato senza numero d'opera da Breitkopf&Härtel nel 1820. Strutturato nei canonici quattro movimenti con il minuetti al terzo posto, il quintetto risente appieno di una classicità tutta viennese grazie sopratutto ad una forma squadrata e cristalina, e a tangibili imprestiti dalle lunari atmosfere mozartiane (si veda il secondo movimento), ad un dialogo non troppo serrato tra archi e solista, all'esplorazione incessante delle possibilità timbriche e tecniche offerte dallo strumento a fiato. Ed è proprio il clarinetto e il suo uso nelle formazioni cameristiche che lega il brano di Reicha al celeberrimo Quintetto con clarinetto KV 581 di W.A. Mozart. Risultato di una lunga evoluzione dallo chalumeau, strumento popolare dal suono stridulo e di forma corta e cilindrico con un'ancia battente ricavata dalla canna dello stesso strumento, il clarinetto appare per la prima volta con questo nome intorno al 1732. Già usato in Francia alla fine della prima metà del XVIII secolo, il clarinetto divenne più comme dopo il 1760 quando, sottoposto ad un incessante processo di perfezionamento, cominciò ad apparire regolarmente nelle principali orchestre europee. Testimonianza di questo travaglio tecnico è lo strumento per il quale Mozart scrisse questo quintetto che lo stesso musicista dedicò al committente: il virtuoso Anton Stadler. Costui aveva sviluppato uno strumento che gli permetteva un'espansione di una terza maggiore verso il basso oltre le sue normali possibilità. Chiamato per queste sue potenzialità «clarinetto di bassetto» (da non confondersi col corno di bassetto), il clarinetto Stadler interessò il compositore salisburghese che, nel 1789, scrisse il Quintetto con clarinetto e il Concerto per clarinetto e orchestra. La scomparsa degli autografi mozartiani ha dato a numerose discussioni sulla struttura dello strumento da usare per l'esecuzione dei due brani in questione. La apocrifa trascrizione bei brani per clarinetto in la lascia però ampio margine alle più svariate interpretazioni. Il Quintetto per archi e clarinetto, assieme ai coevi Quartetti per Federico Guglielmo II, risente in maniera determinante dell'influsso di Cosi fan tutte in special modo per ciò che riguarda la plasticità dell'invenzione melodica e lo straordinario fascino della sonorità. Aspramente criticato da Otto Jahn, uno dei maggiori biografi mozartiani che lo metteva spesso a confronto con i quintetti per archi, il Quintetto è uno dei capolavori della letteratura clarinettistica. Al clarinetto è qui affidato il compito di guidare l'intero complesso anche se le altre voci, pur riconoscendone la preminenza, non si adattano ad un semplice ruolo di accompagnamento ma godono di una certa autonomia timbrico-melodica che spesso li pone in contrasto con il solista. Molto valida l'interpretazione del Quartetto Amati, in questo disco col violoncellista Peter Hörr al posto di Johannes Degen (del quale in realtà si avverte la mancanza), e del clarinettista Wolfhard Pencz. Sopratutto nel brano di Reicha l'amalgamadei cinque strumentisti appare straordinaria, supportata com'è anche da un equilibrio perfetto tra i componenti della compagine degli archi capaci, grazie anche a pregevolissimi strumenti «di epoca» italiani e francesi, di un suono omogeneo e brillante. Pencz si fa apprezzare per la smagliante esecuzione di passi di indubbio virtuosismo strumentale, mentre affronta con eccessivo distacco le atmosfere intimiste del superbo larghetto del quintetto mozartiano. Ma non è facile aggiungere qualcosa di nuovo alle numerose e importanti interpretazioni di questo brano. Nel complesso comunque un disco di tutto rispetto, gradevolissimo anche grazie alla superlativa qualità tecnica dell'incisione.